MAGGIO
13

Diario dal Consiglio del 13 maggio 2023

Il “no” dei presidenti delle Corti alla torsione dei ruoli col Ministero

Il Comitato di presidenza insieme con Sesta e Settima commissione ha ricevuto il 9 maggio una delegazione dei presidenti delle Corti d’appello che, riunitisi in assemblea, avevano chiesto l’incontro dopo l’ultimo evento – la circolare del 13 marzo 2023 della Direzione generale delle risorse materiali e delle tecnologie – che ha reso definitivamente inaccettabile la devoluzione agli uffici giudiziari degli oneri organizzativi di spettanza ministeriale.

Nella lettera inviata al Comitato di presidenza i ventitré presidenti delle Corti ritengono “indifferibile la necessità che il Consiglio Superiore della Magistratura si prenda carico della profonda trasformazione che il trasferimento dai Comuni allo Stato dei compiti in materia di gestione e manutenzione dei palazzi di Giustizia ha provocato e sta provocando. L’assenza di strutture ministeriali in grado di prendersi carico di questo onere ha riversato sulle Corti di appello, ed in parte sulle Procure Generali, quello che invece doveva essere un onere ministeriale. Situazione che da transitoria sta diventando strutturale e definitiva [..].

La questione non riguarda soltanto l’assenza di personale tecnico e specializzato presso i nostri Uffici, ma in principalità la torsione dell’ordinamento giudiziario che in tal modo si realizza, facendo divenire le Corti di Appello e le Procure Generali strutture decentrate del Ministero della Giustizia, con un rapporto di dipendenza non compatibile con l’assetto costituzionale”.

L’affermazione trova un immediato riscontro nella circolare predetta, che contiene direttive precise e, nell’intento dell’articolazione ministeriale, cogenti (vi si si legge ad esempio: “l’ufficio che riscontra la necessità di eseguire un intervento idoneo ad assicurare salute e sicurezza di lavoratori ed utenti dovrà attenersi alle seguenti indicazioni, al fine di uniformare il modus procedendi e rendere più spedita la “lavorazione” delle richieste e l’assunzione dei conseguenziali provvedimenti”).

Nel caso specifico il Ministero muove dall’assunto che il numero degli immobili che ospitano uffici giudiziari (quasi mille), la loro capillare dislocazione sul territorio nazionale e il novero elevatissimo di richieste di lavori necessari a garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro rendano impossibile la centralizzazione degli interventi imposti dal d. lgs. 81/2008. E’ pur vero che il Ministero è chiamato almeno dal 2019 a dotarsi di propri uffici periferici; ma, in difetto della loro costituzione e fintanto che non saranno resi operativi, dovrebbe inevitabilmente competere al singolo ufficio giudiziario l’esperimento delle procedure a evidenza pubblica, quale stazione appaltante concorrente in base al codice degli appalti (d. lgs. 50/2016, all. III).

Pur riconoscendo che trattasi di soluzione non ottimale, bensì necessitata e transitoria, la circolare afferma che l’ufficio giudiziario “può (e quindi deve) attivarsi”, in forza di un criterio di prossimità, per curare direttamente a) gli interventi necessari a garantire sicurezza e salute dei lavoratori negli ambienti giudiziari; b) eseguire la manutenzione ordinaria e straordinaria fino al limite di centomila euro per intervento. 

Il testo del provvedimento si diffonde nella disamina dei presupposti normativi della devoluzione di competenze rimettendo al dirigente dell’ufficio l’individuazione dei livelli di priorità. Molto analitica è poi la parte dei compiti conferiti (esame del DVR, con l’adozione di tutti gli atti consequenziali; il rapporto col RSPP; la gestione dei funzionari tecnici eventualmente assegnati a tempo determinato all’ufficio giudiziario; il rispetto del procedimento da osservare per la richiesta d’intervento alla Direzione generale del Ministero, da un lato, e per l’esecuzione dell’intervento, dall’altro; la relazione col Provveditorato alle opere pubbliche; gli adempimenti contabili).

La circolare porta vistosamente ad evidenza le criticità pratiche e istituzionali di un rapporto così delineato: pratiche, perché ai dirigenti vengono richiesti interventi da compiere in assenza di competenze, di risorse e di capacità di spesa; istituzionali, poiché, con un’inversione tacita dei ruoli rispettivi, gli uffici giudiziari diventano così non più beneficiari dei servizi amministrativi, bensì serventi dell’Amministrazione che tali servizi dovrebbe fornire.

È soprattutto su questo secondo piano che il CSM è chiamato a intervenire nel rappresentare l’esistenza d’uno strisciante conflitto di attribuzioni. Esso viene a configurarsi attraverso iniziative che nel tempo hanno avuto alla base il perseguimento di obiettivi finanziari, come in taluni provvedimenti legati agli obiettivi del PNRR, o, come nel caso recentissimo, l’impossibilità per il dicastero di assolvere ai compiti che la Costituzione gli all’art. 110. Ciò che chiedono in definitiva gli uffici giudiziari è una pratica a tutela collettiva, capace di arrestare una deriva in atto non da oggi

Francesca Abenavoli, Marcello Basilico, Maurizio Carbone, Geno Chiarelli, Antonello Cosentino, Tullio Morello

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