Comunicato

Giustizia: ripartire in sicurezza

Preservare l’esercizio della giurisdizione nei luoghi ad essa deputati è importante, ma per farlo occorre limitare l’accesso in ufficio ai casi di stretta necessità e assicurare misure di sicurezza adeguate

L’ormai prossima fase della ripartenza costituirà un test delicato per la giustizia italiana. L’incerto e imprevedibile andamento dei contagi richiede, infatti, che in relazione a luoghi che, come i palazzi di giustizia, sono abitualmente frequentati da migliaia di persone, siano adottate scelte organizzative e soluzioni che sappiano coniugare la necessità di una doverosa e auspicata ripresa del lavoro giudiziario con la cautela e la prudenza che la situazione impone

I magistrati italiani vogliono, in questa fase della ripartenza, poter svolgere appieno l’attività giurisdizionale e vogliono farlo in sicurezza, non solo per se stessi, ma anzitutto per gli utenti e per tutti gli operatori della giustizia: dal personale amministrativo, agli avvocati, al personale ausiliario.

In senso contrario va, invece, il nuovo testo dell’art. 83 DL n. 18/2020, introdotto dal DL n. 28 del 30 aprile 2020, che, smentendo la diversa indicazione contenuta nella legge di conversione n. 27/2020, impone l’obbligo per i soli magistrati ordinari (incomprensibilmente non anche per i magistrati amministrativi e contabili) di gestire il processo dal proprio ufficio giudiziario, anche quando è remotizzato.

Si tratta di una norma irrazionale che tale appare, soprattutto, per il settore civile. Durante il lockdown, infatti, un sistema telematico ormai ampiamente collaudato, ha consentito ai magistrati addetti al settore civile di svolgere da remoto gran parte dell’attività giudiziaria, senza alcuna lesione di diritti e garanzie, in piena sicurezza non solo per sé, ma anche per il personale e gli avvocati civilisti, che, parimenti, hanno operato da remoto.

Durante il lockdown i palazzi di giustizia non si sono chiusi e i magistrati italiani hanno continuato a lavorare con tutti i mezzi che sono stati messi a loro diposizione, compresa, quando possibile, l’udienza da remoto. Diverse migliaia sono i provvedimenti depositati dal 9 marzo dai magistrati del civile, cui vanno ad aggiungersi quelli emessi e depositati dai magistrati addetti al penale, al lavoro, alla Sorveglianza e ai minori; provvedimenti in gran parte non ancora computabili per la mancanza del personale di cancelleria. Dunque, migliaia di sentenze, ordinanze, decreti e udienze, non solo provvedimenti di rinvio d’ufficio. Allo stesso modo è proseguito il lavoro dei pubblici ministeri.

L’obbligo di svolgere in ufficio, anche l’udienza da remoto, sembra sottendere l’ idea che i magistrati lavorino solo quando sono presenti nei palazzi di giustizia: un’impostazione sbagliata e demagogica, come i numeri dimostrano, che in questo momento finisce anche col creare seri problemi per la sicurezza e la salute collettiva.

Le circolari recentemente emanate dal Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria prescrivono, tra le principali misure per garantire la sicurezza sanitaria nei palazzi di giustizia, la limitazione degli accessi e la riorganizzazione della logistica degli spazi di lavoro in funzione del distanziamento interpersonale. Non è dato comprendere allora perché, tra i magistrati, proprio i giudici civili che, attraverso la telematica possono svolgere il loro lavoro in remoto nel rispetto dei diritti e delle garanzie delle parti, debbano essere costretti ad accedere quotidianamente agli uffici giudiziari, incrementando il numero dei presenti, occupando spazi, e sottraendoli alle udienze che è necessario svolgere in presenza e rischiano così di essere rinviate. A ciò si aggiunga che molti magistrati – in particolare, ancora una volta, quelli addetti al settore civile – condividono in due o tre persone stanze anguste nelle quali ora dovrebbero recarsi per tenere un’udienza che potrebbero fare da casa in tutta sicurezza e senza aggravare il rischio di contagio.

I magistrati italiani hanno sempre lavorato nei palazzi di giustizia, perché comprendono bene il valore, anche simbolico, del legame tra la loro funzione ed i luoghi istituzionalmente deputati al suo esercizio. In tanti lo hanno fatto e continueranno a farlo anche durante e dopo l’emergenza sanitaria. Ma vogliono che ciò avvenga in sicurezza: ecco perché chiediamo l’abolizione immediata, prima della ripartenza, di una norma irrazionale e priva di qualsiasi utilità, che espone ad inutili rischi gli operatori della Giustizia.

5 maggio 2020